In-Vento

Quando ero bambina mio zio mi ha insegnato ad ascoltare il vento.
La mattina  prima di andare al mare, usciva nel balcone della cucina e metteva un fazzolettino all’aria. “Se tira a Destra Tramontana, se tira a Sinistra Scirocco“. Allora il vento ci diceva dove il mare era buono, noi preparavamo i panini e uscivamo sugli scogli. Il vento ci portava e noi ci lasciavamo portare, senza fare domande. C’erano giornate che il fazzolettino volava troppo per gli scogli, allora uscivamo in spiaggia e giocavamo con gli spruzzi e le onde grandi. Per me quella era magia ma, forse perché ero piccina, non ricordo di averlo mai visto sbagliare.
Non ci fermava, il vento. Quando era arrabbiato, noi saltavamo.

Adesso mio zio non c’è più, ma il vento è rimasto. Davanti al balcone della cucina hanno messo una banderuola, ma non fa lo stesso effetto del fazzolettino. La mia rosa dei venti ha cominciato a comprendere altri venti e altri mari da cui lasciarsi portare o fermare, a seconda. Certi giorni non si può neanche entrare in acqua perché c’è tempesta di fondo o il mare è troppo grosso e di andare a saltare le onde in spiaggia non mi va più. Non è come quando gridavo e mi giravo a guardare mamma seduta che mi faceva segno di non allontanarmi se no “mi portava“. Quindi sono scesa a patti col vento.  Quando grida forte vado dove ho fatto il mio primo bagnetto, posto che tra l’altro è tremendamente scomodo da adulti. Non ci sono spiagge, ma solo una grotta con sabbia bagnata e scogli di tufo che se c’è aria ti vola tutta la polvere in faccia. C’è poco posto per sedersi e i miei amici quando dicevo “voglio andare lì” sbuffavano. Ho costretto sagre di amiche portate in vacanza a farsi trafiggere da punte di pietra che se ti sdrai ti lasciano i buchi, da scogli che non puoi camminare con le infradito bagnate se no perdi la gamba, da ombrelloni che non si possono piantare perché non c’è posto. C’è un angolo però, dove se ti affacci il vento ti porta via i dispiaceri.  Allora io mi siedo lì e lo lascio fare. Lo lascio farmi scorrere tutti i dolori che ho dietro gli occhi, tutte le cose che durante l’anno mi hanno spostata. Sono lì, tutte insieme e io, nuda.

Il vento non si ferma, il vento è. Indicativo Presente. Non importa quanta voglia ho di mandarlo via certi giorni, di scrollare di dosso la sabbia che mi trafigge se mi alzo in piedi in spiaggia e che rimane anche dopo la doccia, la pelle d’oca quando esco dall’acqua. Non importa quanto male faccia. C’è e sempre ci sarà, anche quando io avrò finito i giorni.

Non si può dire basta al vento, ci si può solo riparare, quanto più possibile, dalla scia che lascia anche dopo essere andati via.

  storm2Foto da Ilaria

 

 

Attenta

Dentro questa parola c’è l’attesa, che aiuta il saggio quando c’è dubbio.

Ora, giochiamo che io non ero saggia per niente.
Quando ho parlato mi è capitato di essere mortificata, di gridare parole che non pensavo, di aver le mani che tremano. Mi è capitato di piangere, arrabbiarmi, non volerti vedere più, non volere che tu esista più o solo pensare per tre secondi che eri scemo. E’ capitato che pensassi di essere migliore di te, che tu fossi nient’altro che una faccia tra la folla che cammina solo per deludere gli altri.
Le tue parole erano lance, neanche frecce, giuste, adeguate, lancinanti. E solo perché erano vere. Ero circondata e ho chiesto scusa.

Ora giochiamo invece che ero un po’ saggia, quanto lo permettono 30 anni di vita.
Quando ho parlato mi è capitato di essere lucida, presente. Ho aiutato a trovare una via,  ho incenerito, ho mortificato, ho centrato il punto. Ho giocato con l’italiano sbagliato, ho costruito insieme a te paesaggi immaginari, che facevano volare via, guardare tutto da un po’ più su, dove si respira meglio. A volte invece ho deciso di non pronunciarle, di stare in silenzio. Per vedere cosa accadeva, per vedere fino a dove arrivavi da solo. Ad uscirne o a scavarti la fossa.
Le mie parole sono state lance. Giuste, adeguate, lancinanti. E solo perché erano vere.

Potessi trattenere il fiato prima di pensare, le troveresti le parole giuste per potermi circondare?

Nel caso, son qui che aspetto

f2923438

Ac-cade

Da che ho memoria, ho paura di cadere. Dall’ascensore, l’aereo, le scale. Sono riuscita a fare a piedi 11 piani una volta. Anche a scenderli. Con un cane al guinzaglio. In verità credo di ricordare che abbia vomitato sul marciapiede appena usciti. Comunque, non ricordo di essere stata protagonista o spettatrice di qualche caduta pericolosa.  Se ci penso infatti mi intimidisce la sensazione, più che l’idea. Credo sia una specie di vertigine. Sta di fatto che ho una paura che non si spiega, figurati se si racconta, anche se J.K. Rowling ci ha provato con Harry Potter e il Molliccio (se non sai di cosa sto parlando intanto vergognati, poi clicca QUI). Non sono mai stata brava quanto lei a riordinare le idee, per questo scrivo e poi cancello che la tastiera ormai è senza lettere, ma ci provo..

Quando ero piccola vivevo in un plesso di condomini. Dalla finestra del soggiorno vedevo il palazzo di fronte con il tetto a punta, sul quale si appoggiava sempre una Gazza. Becco in su, fiera.

Ogni notte fissavo i calzini bianchi dentro le scarpe nere col laccetto, punta arrotondata. Oltre, il vuoto. Nel sogno aprivo le braccia con un movimento lento, che adesso mi vien da dire consapevole anche se non lo era, e poi alzavo i talloni. Per un attimo ero più alta, stiravo la schiena e la testa andava su su, poi chiudevo gli occhi e mi lasciavo cadere in avanti. Per qualche secondo, l’aria forte contro la faccia. Come quando vai in macchina e cacci la testa dal finestrino e non riesci a respirare perché ti violenta le narici.

Poi, invece di morire, mi svegliavo. Mi svegliavo puntualmente con uno scatto, col fiatone che manco ‘na maratona.

Con gli anni ho perso quel sogno tra un cuscino e l’altro, ma probabilmente mi  capitava talmente spesso, che quella sensazione mi è rimasta dietro le palpebre, addormentata. Ogni tanto ritorna, magari in posti dove non l’avrei mai cercata. Anche se la conosco però, non sono mai riuscita a spiegarmela davvero. Per intenderci, non capirla, quello manco ci provo, ma spiegarmela, darmi un senso, anche se assurdo. L’unica cosa che sono riuscita a dirmi, dopo anni di miseri tentativi è stata: non sai cosa c’è quando apri le braccia e ti butti. Non lo sai neanche se giochiamo che tu eri quello che si buttava e poi mi diceva com’è. Non lo sai neanche se fai una simulata, tipo un sogno, perché tanto prima della fine la realtà ti sveglia a schiaffoni e anche se fosse quando ti svegli ti ricordi solo la paura di morire.

Quindi fai cosa sai e fermati li. Apri le braccia, alza i tacchi. In fondo le più importanti verità nascono per coprire un pericolo percepito, perché la tua non può

ali copia

Più

Avevamo quella stanza tu e io, quella stanza che solo-noi-abbiamo-la-chiave. I portachiavi erano un anello nero spaccato a metà. Un pezzo tu, un pezzo io. Nella borsa per te avevo un abbraccio, uno sguardo, un pezzettino di anima fresco fresco da mostrarti e dei pensieri chiari da raccontarti a voce. Credevo di aver lasciato le chiavi in casa, invece mi sono accorta che avevi cambiato la serratura mentre ero via. Mi sono arrabbiata da morire, ho pensato a come era potuto succedere. Che ti fossi dimenticato di dirmelo, che avessi una chiave nuova in tasca e io non lo sapessi. Mi sono detta quando lo vedo, gli tiro un pugno, poi ridiamo. Ho lasciato un biglietto sulla porta. Ho scritto che mi sarei seduta su quella panchina che sai ad aspettare. Allora mi sono seduta sulla panchina e ho aspettato. Ho aspettato finché l’abbraccio che volevo darti è scaduto, lo sguardo che avevo conservato per te si è raffreddato, il pezzettino di anima fresco è appassito, i pensieri tutti insieme mi si sono appannati e la mia voce ha scioperato. Ecco perché scrivo. Scrivo un altro biglietto, l’ultimo per un po’ e te lo lascio sotto questa panchina, magari attaccato con la gomma alla fragola, così non vola via. Ti scrivo solo “Mi hai fatto tanto male, così ho tolto il portachiavi, perché mi faceva male anche lui”. Magari quando torni il biglietto non c’è più, magari vola via.. o magari tu non torni, e il portachiavi rimane nella scatola nera che tengo in fondo all’armadio. In fondo in fondo, per non vederlo più.

shau12

Un Giorno dei Giorni

Appuntamenti mancati, con la giustificazione che è sempre la sveglia che non ha suonato, come in quarta liceo; ritardi di stato e/o di tratto (e nel mio caso di tratto si tratta); compleanni (ricordati e dimenticati, dimenticati e recuperati, dimenticati e perduti); capodanni con petardi, capodanni con la bottiglia in mano da soli davanti alla tele a pagare il conto dell’anno, o capodanni pieni di “3… 2…. 1…” con gli amici di sempre; figure di merda.. belle, piene, indimenticabili, tue e degli altri; abbracci che sai che son sempre li che aspettano per riempirti l’anima anno dopo anno; fotografie, tante fotografie; volti, dettagli, odori, cuori stretti tra le mani e tutto quello che hai in valigia alla fine di un viaggio; il viaggio che ancora stai programmando; il biglietto della metro che rimane bloccato nella macchinetta e quella faccia che se ti stessero filmando faresti del bene a tante persone; il momento il cui capisci che hai solo una scelta, ma che almeno puoi scegliere.. quando quella scelta non ti piace, quando invece ti salva; i ghiaccioli che ti succhi tutto lo sciroppo finché diventano bianchi, anche a trent’anni; il suo sguardo tra le lenzuola la domenica mattina.. e tutto il resto.

Ci sono giorni che neanche si pensa mentre si vive. Momenti che ti levano il fiato dalle risate, altri che ti strozzano la gola di “perché a me” o di “perché di nuovo”. Questi attimi te li vivi a pieno proprio perché sono attimi, perché non capitano tutti i giorni.

Oggi è uno di quei giorni. Con l’abbraccio tra le lenzuola prima di andare a lavorare, con il culo proiettato verso il Cosmopolitan con le amiche di NYC, con il caldo delle terre che ho per metà nel sangue, con le fotografie sulle dita, con la paura di scegliere, ma con la possibilità di farlo.

Un Giorno dei Giorni.

f76753134

tutto come una volta

Eravamo tutti in soggiorno, io davanti ad un grande wc bianco dal quale spuntava un pedale giallo con una scritta in spagnolo

“ma dovevamo prenderlo proprio spagnolo, non capisco niente!”

“beh meglio spagnolo che tedesco”  mi risponde mio padre

Ad un certo punto cambia la scena. Dei mostriciattoli verdognoli entrano nei tubi di scarico dell’acqua e dalle loro teste a medusa escono delle pietre giallo Matita-della-Giotto, si infilano dentro lo scarico del wc attraversando le acque dei condotti. Noi sappiamo che stanno per uscire dal Wc per distruggere tutto, allora io esco mi precipito verso la porta d’ingresso  e la spalanco, chiudo la porta del corridoio a chiave, spengo tutte le luci e dico a mio fratello di nascondersi. Sono rannicchiata dietro il tavolo da pranzo quando il primo esce dalla grande tazza bianca. E’ verde, alto più o meno un metro, brutto.Ma brutto. “Dobbiamo spaccare tutte le architetture” che cosa avrà voluto dire.. (n.d.d.che cosa avrò voluto dire). Si dirige verso la porta della mia stanza, che sembra illuminata solo dalla luce dello schermo del pc, dove c’è “cazzo, mio fratello”. Cazzo-mio-fratello che si alza in piedi e inizia a bastonare la testa del mostro fino a farlo sgonfiare totalmente. Cazzo-mio-fratello ci sta dentro.

Ne esce un altro, questa volta si dirige verso di me, ha una mazza in mano a forma di cetriolo, verde grigio scuro, non so. Nella mia testa passano ad una velocità incommensurabile diecimila pensieri.. adessomuoinoperòpotreiprenderglilamazzaescassarglilatestamamettichepoiètroppoforteenoncelafacciomamettiinvecechecelafaccioesgonfiamopurequesto

Troppi in troppo poco tempo, quindi mi alzo, gli sfilo la mazza e inizio a dargliela in testa forte. Testa che inizia ad ammaccarsi, senza perdere liquidi di dubbia natura, per fortuna. ‘Fico- penso- potrei quasi farci una borsa per come è adesso’.

Mia madre esce dalla porta verso il cortile e inizia a nevicare. Anche dentro casa. Però dentro casa la neve che mi si posa sulla fronte non è fredda, è luce.

La raggiungo, sta sbattendo la tovaglia. Ci abbracciamo. Indossa le scarpette nere lucide di quando ero piccola, solo che sono rosse e hanno un fiocchetto dietro. Tutti i balconi del condominio sono pieni di addobbi natalizi e da alcune casse esce la musica di Natale. Allora penso ‘ma chi cacchio è che ha installato sto impianto quando non vogliono manco spendere soldi per reimbiancare le scale..’ poi mi viene in mente che c’è la festa di Natale nel salone delle Canavesane. Mia madre ed io rientriamo in casa e mio fratello ventiseienne sta facendo i compiti seduto sul divano, quello verde scuro che avevamo quando ero piccola. E’ anche messo nella stessa posizione di una volta, che se ti sdrariavi vedevi la tivvù. Allora gli chiedo se vuole andare alla festa. “Saremo i soliti, tutto in giro, non devi cambiarti più di tanto“.  Uomini… certo che…..

…e poi mi sono svegliata

e mia madre “sarebbe la mezza”

e io tardi è vero, ma “mamma non potevo svegliarmi prima dovevo fare un sogno importante”

Immagine

La Rotella del mondo

Ogni week end, da un anno a questa parte ormai, trascorro lamaggior parte delle ore della mia giornata con le chiappe su una sedia ad ascoltare professori parlare di quanto innumerrevoli siano i modi di leggere una persona.

Studiando…rimaniamo sull’ascoltando… Ascoltando, dopo ogni settimana, immagino sempre di più ognuno di noi come una sorta di meraviglioso strumento con tante rotelle che si incastrano, come il meccanismo dell’orologio più grande che riuscite ad immaginare. Immagino ognuno di noi come un organo pulsante di energia, che ad ogni ingranaggio produce un suono.. ognuno con un numero di rotelle diverso e con differente oliatura e facilità di movimento. Ognuno con la sua musica.

Ogni rotella ha un colore, ogni rotella ha un nome, un significato. C’è quella del valore, quella della passione, dell’amabilità, della sofferenza, dell’amore, della stanchezza, dello sfinimento. C’è la rotella del cuore, quella del cazzo, quella dell’adesso no, quella del poi, quella del fanculo. Ci sono rotelle per la pazienza, perchè di quella ne serve tanta, c’è quella del sorriso, della lacrima e della speranza. Quella del senso di realtà, della paura, dell’adesso mi ubriaco e non ci penso più. C’è quella del ti aiuto io, quella del per sempre (molto piccola), quella del da oggi in poi non ci sarò più, quella del domani, quella dell’adesso. Quella del corpo, quella della mente, quella del cuore, quella delle mani e quella di quella cosa che gira solo se stai con quella persona.

Alcuni di noi sono simili per alcuni tratti di meccanismo, ma nessuno ne ha uno davvero identico.

Anche se le cose che ci uniscono sono di più di quelle che ci distinguono, chissà come mai sono proprio queste a fare la differenza. 

E sapete che c’è che io schifo tanta gente, ma le persone che scelgo mi piace la musica che fanno… e che fanno fare a me.

Se un giorno dovessi stancarmi o dovessero farlo loro, ricorderemo sempre come abbiamo suonato insieme. Magari io lo ricorderò solo come se ogni rotella fosse di liquirizia, in più.